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TELEFONINI E MESSAGGINI:
quanta schiavitù si nasconde dietro a questa utilissima tecnologia!
Così facendo eliminiamo ancora di più il vero contatto umano, evitiamo di metterci la faccia quando decliniamo un invito all’ultimo minuto, o peggio ancora evitiamo persone care.
Per non parlare poi degli auguri natalizi, che ipocrisia; ti arrivano “messaggi standard” da gente che non vedi da anni e che non avendo argomenti e interesse per te, manda un anonimo e vuoto “buon natale”.
Invece di ammazzare il tempo alle fermate degli autobus, delle metro, tra una lezione e l’altra a scuola, e quando non abbiamo nient'altro da fare, non fissiamo il cellulare, leggiamo un libro; magari un tempo queste attese erano riempite da gente che leggeva sul serio, oggi da gente sempre più ipnotizzata e schiava del proprio telefonino.

Da quando ero bambino ho sempre desiderato diventare un pittore. Ricordo che alle elementari, spesso mi distraevo dalle lezioni, "sognando" su quelle poche fotografie dei grandi pittori del rinascimento, riportate sui libri di scuola.
Purtroppo, come spesso accade, nella vita si fanno quelle scelte "che si devono fare" e così ho cominciato a considerare questa passione, come quelle cose da praticare nel tempo libero.
Cinque anni fa, dopo alcuni eventi che hanno segnato una svolta importante nella mia vita, ho ripreso quel percorso artistico, che trova nella pittura e nell'acquerello in particolare, la forma migliore in cui riesco ad esprimere me stesso.
Fino e che punto siamo liberi? Quanto ognuno di noi è veramente libero? Certo bisognerebbe capire che cosa intendiamo per libertà. Uno dei temi più dibattuti da tanti filosofi e prima di loro, da noi stessi.
Quello che mi preme sottolineare, sono le “quotidiane schiavitù” cui tutti noi, più o meno consapevolmente, sottostiamo ogni giorno della nostra vita.
Potrei fare un lunghissimo elenco di tutte le cose che annullano la nostra volontà decisionale, il nostro “io”, ma per ora vorrei cominciare partendo da quello che forse per alcuni potrebbe non rappresentare affatto una schiavitù, ma addirittura il modo migliore per tenersi “informati”, vale a dire LA LETTURA DEI QUOTIDIANI.
Strano vero? Eppure se ci pensate bene è proprio così. Ci ho provato tante volte a seguire gli eventi e le cronache giornaliere sui vari temi trattati dai giornali stampati e televisivi: un’ incredibile schiavitù del pensiero. E’ una forma di costrizione che guida la mente sempre e solo dove vogliono i mass media.
Mi sono ritrovato a pensare e a parlare sempre delle stesse cose, perché in fondo gli eventi di cronaca e politica…dicono sempre le stesse cose. Stò banalizzando forse? Potrebbe essere. Ma ciò che più mi allontana da queste letture è proprio il non essere più capace di prendere posizione di fronte agli eventi descritti. Questo perché alla fine l’elemento “dominante” è che la tua capacità di giudizio si sofferma solo sugli argomenti che ci vengono serviti nero su bianco o via cavo dagli organi di informazione. Come se quello che loro scrivono sia tutto ciò che accade nel mondo, con conseguente diffondersi di mentalità catastrofiste. Provate a ripensare quali conseguenze ha provocato l’ultimo sciopero degli autotrasportatori (rientrato dopo un paio di giorni!) sul nostro stato d’animo o dell’allarme dell’influenza dei polli, di cui oggi nessuno parla più?

Mi sono sempre chiesto fino a che punto un dipinto possa arrivare dritto a toccare le mie “corde emozionali”.
Fra i pittori che più mi colpiscono in quella sfera intima voglio citare William Turner, pittore inglese del primo ottocento, affermatosi nello scenario europeo con uno stile innovativo, caratterizzato da un'ampia varietà cromatica e da una suggestiva tecnica di stesura del colore.
Il celebre critico d'arte inglese John Ruskin lo descrisse come l'artista che più di ogni altro era capace di "rappresentare gli umori della natura in modo emozionante e sincero".
I soggetti che più stimolarono l'immaginazione di Turner furono i naufragi, gli incendi (come quello del parlamento inglese del 1834, un avvenimento a cui Turner corse ad assistere di persona e che immortalò con degli schizzi ad acquerello), le catastrofi naturali e i fenomeni atmosferici come la luce del sole, le tempeste, la pioggia e la nebbia. In particolare era affascinato dalla violenta forza del mare.
La luce per Turner rappresentava l'emanazione dello spirito divino e questo è il motivo per cui nei suoi ultimi quadri trascurò di rappresentare oggetti solidi concentrandosi sui giochi di luce riflessi dall'acqua e sullo splendore dei cieli e del fuoco, con cui egli stava sforzandosi di ricercare un modo di esprimere la spiritualità nel mondo piuttosto che limitarsi a fornire un'interpretazione artistica ai fenomeni ottici. ("Il sole è Dio" disse poco prima di morire).
Ho assistito ieri alla cerimonia nuziale di un mio caro amico, e purtroppo devo constatare ancora una volta quel senso di inadeguatezza ai tempi moderni dei messaggi che i sacerdoti cercano di proporre.
Non voglio criticare il clero, la chiesa e quanti oggi all’interno delle varie strutture ad essi collegate si adoperano, tra mille difficoltà, in opere carità e di assistenza.
Ma il messaggio di fondo secondo me andrebbe rivisto alla luce di tutti quei cambiamenti che la società moderna sta registrando. Che ci siano tanti fenomeni e meccanismi perversi che agiscono in ogni strato sociale, tali da mettere in discussione tutti quei modelli (famiglia, matrimonio, ad es.) che rappresentavano una certezza in passato, è ormai assodato e per questo occorre prenderne atto.
Certamente il messaggio di Cristo è una delle alternative valide che oggi abbiamo per fronteggiare le difficoltà in cui versano le nostre “anime smarrite”, ma mi sembra che l’atteggiamento della chiesa, perdonatemi la cruda parola, quasi di “estorsione” di una salvezza interiore attraverso una fede cieca, (soltanto per riempire le chiese) sia da correggere e da re-indirizzare in modo più specifico alle questioni che ci pone la società moderna.
Le chiese sono piene di persone fisicamente e spiritualmente passive durante liturgie, le parole dette sono sempre le stesse, mentre ogni giorno sorgono nuove necessità quotidiane cui
Vittorio Giardino, è l’esempio di come un sogno coltivato sin da bambino possa tramutarsi in realtà.
Uno dei più grandi fumettisti italiani, era un talentuoso ingegnere elettronico e all’età di circa trent’anni decise di fare della sua passione – il fumetto – la sua professione.
Ma la cosa più curiosa è che agli inizi della sua nuova carriera, il disegno era ancora piuttosto rigido e inesperto, anche se accompagnato da sceneggiature di buon livello, sostanziate da un adeguato bagaglio culturale.
Lui stesso affermava il suo imbarazzo durante le anticamere degli uffici editoriali, quando confrontava le sue tavole con quelle di altri aspiranti autori.
Perseguì ugualmente la strada del cuore, della sua unica grande passione, perché tutti noi dovremmo avere grande rispetto per il nostro talento e non trattarlo come l’auto nuova da prendere solo nel fine settimana.
E’ un invito che rivolgo a tutti coloro che hanno il proprio sogno nel cassetto.
Coltivatelo, diventate professionisti del campo che scegliete perché la concorrenza è spietata. Diventate la vostra inclinazione creativa e magari riusciremo a dare al mondo uomini migliori e che amano veramente il proprio lavoro.
“Isterici sono coloro che non vogliono assolutamente essere soddisfatti, anche se si lamentano sempre di essere insoddisfatti; questo loro lamentarsi è il loro vero godimento”. Così affermava Freud, padre della psicanalisi moderna. E’ un paradossale piacere dell’insoddisfazione: fin quando siamo insoddisfatti, desideriamo.
Guardiamoci un po’ intorno, ormai siamo proiettati verso una cultura dell' insoddisfazione cronica, che ci porta a desiderare relazioni sentimentali con uomini o donne “impossibili”.
L’inconsapevole ricerca dell’insoddisfazione e quindi del dolore, ci fa credere di vivere i nostri sentimenti e le nostre emozioni.
Questo atteggiamento, che ci allontana dalle mete “possibili”, può essere letto come un alibi per sfuggire all’impegno reale e quotidiano che un rapporto sentimentale, di amicizia o di amore, richiede. E’ un rifugio per non far nulla.
Occorre quindi, riconquistare la nostra vita interiore, che ci faccia amare ogni aspetto della quotidianità, ogni piccola cosa o gesto mettendoci tutta la creatività e la passione, in ogni singolo atto; creando nostra vita, come un artista crea le proprie opere.

A riprendere i temi e lo stile “ombroso” della pittura del Caravaggio, fu l’artista olandese Rembrandt, pittore-incisore di grande spicco nel panorama artistico europeo del 1600.
Come nella produzione di Caravaggio, anche la sua pittura fu essenzialmente caratterizzata da sfondi molto scuri, cupi spesso al limite della visibilità dei protagonisti, tanto che alcuni studiosi attribuirono questa forte connotazione, ad un difetto visivo dell’autore, che addirittura toglieva la visione bidimensionale alle sue composizioni.
In realtà, le tonalità descritte, possono essere ricondotte ad una ispirazione più propriamente “animica” come nella pittura del Caravaggio, ma con una differenza sostanziale; In rembrandt i quadri descrivono alcuni momenti particolarmente drammatici che l’autore ha dovuto affrontare nel corso della sua vita: la perdita di tre figli piccolissimi, la scomparsa di sua moglie e del suo quarto figlio Titus qualche anno prima della sua morte.
Anche alcuni quadri e diverse stampe di argomento paesaggistico accentuavano l’aspetto drammatico della natura, rappresentando alberi sradicati e cieli tetri e minacciosi.
La nostra meta non è di trasformarci l'un l'altro,
ma di conoscerci l'un l'altro e di imparare a vedere e a rispettare nell'altro
ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro completamento.
Hermann Hesse : Narciso e Boccadoro.
A qualcuno questa frase è suonata "carina" ma "ingenua e patinata". Qualcun altro forse potrebbe rispondere che se Hesse fosse ancora ancora vivo, avrebbe qualcosina da ridire. Effettivamente la cosa mi lascia un po perplesso, in quanto in quelle parole sono racchiusi i principi cardine di ogni relazione umana. Rispettare e accettare l'altro per quello che è, in ogni aspetto della sua natura umana, perchè l'essere umano è un capolavoro unico nel suo genere. Sottilmente, questo vuol dire anche cominciare a capire che accettare le diversità dell'altro, vuol dire compiere un ulteriore passo in avanti nella nostra crescita interiore, soprattutto considerando il fatto che ciò che noi chiamiamo nell'altro "diffetti", spesso sono il riflesso di ciò che a noi manca e a cui, inconsapevolmente, aneliamo. Gli altri sono proprio lo specchio di ciò che e' la nostra immagine interiore.
Sembrano parole carine, ingenue e patinate?
Forse è così; in effetti se ci si guarda intorno sono poche le persone che considerano questo particolare risvolto nei rapporti umani.
Poche, ma ci sono.